L’aggressività
Se l'aggressività degli altri, anche quando è diretta verso altre persone, mi destabilizza, mi spaventa o mi paralizza, significa che mi rimanda alla mia aggressività repressa. Mostra che non so gestire la mia aggressività.
Se la mia aggressività mi travolge, oppure ne provo piacere e non voglio porle limiti, questa situazione mi mostra che sono prigioniero di un trauma infantile, oppure che sto vivendo l'aggressività di cui altri non hanno osato farsi carico (per esempio l'aggressività latente che è esistita tra i miei genitori e che non hanno avuto il coraggio di affrontare, o quella di una vittima di un'aggressione che non ha osato difendersi, ecc.).
E dopo avere aggredito un altro, inevitabilmente finirò per aggredire me stesso, attraverso il senso di colpa, la depressione, qualche insuccesso, sintomi fisici, ecc.
Questo esercizio mi permette di dare alla mia aggressività lo spazio di cui ha bisogno dentro di me. La nostra sopravvivenza ha un grande debito di gratitudine verso l'aggressività dei nostri antenati.
L'aggressività è una reazione di sopravvivenza di fronte a un abuso della vita.
Là dove l'amore ferito non ha potuto piangere, sorge l'aggressività. Dietro ogni aggressività c'è un dolore immenso bloccato, in attesa di essere riconosciuto.
Il lavoro terapeutico non consiste nel rivivere il trauma né nell'esprimere l'aggressività. Altrimenti non faremmo che traumatizzarci di nuovo e aumentare il carico emotivo della rabbia e della colpa.
Comincio amando e onorando la mia aggressività, con questo esercizio. In seguito potrei avere bisogno di fare altri esercizi, come "Integrare il trauma", "Quando un'emozione ci travolge" o "Il movimiento puro", rappresentando l'aggressività, e "Mettere ordine nella nostra vita" per lasciare andare l'aggressività.
Dopo essermi centrato, immagino due luoghi, uno di fronte all'altro. In uno immagino la mia aggressività, nell'altro ci sono io.
Per prima cosa verifico che cosa sentono entrambi: mi metto alternativamente nella mia aggressività, poi in me, per circa un minuto e mi lascio guidare dal movimento, non dall'emozione. Per farlo mi centro profondamente.
Poi torno al posto della mia aggressività, per un po' più di tempo. Quando noto che il movimento si blocca, torno a rappresentare me stesso.
Le dico: "vedo il dolore che c'è dietro di te". E mi lascio guidare dal movimento.
Se dopo dieci minuti non ne è scaturito un abbraccio, interrompo e riprendo l'esercizio dopo una settimana. Nel frattempo svolgo uno o due degli esercizi sistemici indicati precedentemente.
Se invece sono riuscito ad abbracciare la mia aggressività, ne assaporo la forza e l'amore; mi rendo conto che la sua ira è scomparsa ed è rimasto soltanto amore.